LE VOCI DELL’INCHIESTA

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Cinemazero
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ARPA Friuli Venezia Giulia - Laboratorio Regionale di Educazione Ambientale

UN PAESE DI PRIMULE E CASERME
foto-inchiesta sul tema della riconversione delle aree militari in Friuli Venezia Giulia

a cura di Fabrizio Giraldi e Paolo Fedrigo

documentazione dei progetti di riconversione degli spazi militari dismessi in Friuli Venezia Giulia, con uno sguardo sul degrado ambientale causato dal mancato recupero di questi spazi militari, spesso invasi dall’eternit e dall’amianto

presentazione in PRIMA ASSOLUTA:
venerdi’ 31 ottobre ’08 – ore 14.30, Pordenone - Cinemazero
LE VOCI DELL’INCHIESTA” 2008
II EDIZIONE

In Italia, il demanio militare occupa 783 km quadrati, le regioni che ospitano più aree militari sono il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, seguono Lazio e Puglia.
In FVG, 102 Km quadrati sono stati utilizzati come suolo militare, pari a più di due volte e mezzo la superficie del città di Pordenone.

Nel nord – est, la massiccia presenza di uomini e mezzi era giustificata, durante la guerra fredda, dal timore di un attacco del Patto di Varsavia.
Dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, l’apertura delle frontiere con la Slovenia nel 2004 e la fine della leva obbligatoria, questi territori sono stati lentamente abbandonati dall’esercito italiano.
Un anno dopo l’altro, gran parte delle caserme sono state chiuse. Secondo un’indagine della Procura Militare di Padova, in FVG sono più di 400 i beni tra ex caserme, arsenali, depositi, ospedali, basi, poligoni, polveriere, alloggi dell’esercito lasciati nell’abbandono.

In virtù dello statuto speciale, il FVG ha acquistato la piena titolarità su 36 immobili elencati nel Decreto Legislativo 2 marzo 2007, n. 35.
Parte delle ex aree militari, ora in possesso della Regione, sono state cedute ai comuni.
Strutture enormi, spese insostenibili per la bonifica e la gestione. Alcune aree sono state riconvertite altre rimangono abbandonate…

La foto inchiesta ha l’obiettivo di fornire una panoramica dei principali progetti di riconversione avviati in regione evidenziando problemi (ambientali, sociali ed economici) legati al riutilizzo dell’area.

Tra i molti casi sono stati scelti i seguenti:

Ex caserma Luigi Sbaiz di Visco

La superficie dell’ex caserma copre un’area di 115.000 m2 ed è riuscita ad ospitare fino a 1800 militari. È stata chiusa nel 1996 e passata al comune nel 2001.
Ciò che caratterizza quest’area è il fatto che la caserma è stata insediata su quello che fu campo di concentramento per sloveni, croati, dalmati, montenegrini e dove furono uccise venticinque persone.
Le strutture sono in stato di abbandono totale (tranne la struttura della mensa, una struttura nuova che non ha mai fornito un pasto…), divorate dalla natura e per la maggior parte oggetto di furti (rame, serramenti, vetri, strumentazioni delle cucine…).
Il sito presenta problemi legati alla bonifica delle coperture dei tetti in amianto e di frammenti dello stesso materiale sparsi nell’area.
Un altro problema è che l’area, data la vastità e la difficoltà di vigilarla, in diversi punti ha assunto le sembianze di una vera e propria discarica.
In questo momento il riutilizzo dell’ex caserma è motivo di conflitto tra le parti politiche, c’è chi propone di non vendere la caserma e almeno in parte riconvertirla, dato il back round culturale e storico, in un Museo del Confine volto a promuovere progetti e attività di educazione alla Pace che andrebbero integrate a sperimentazioni su energie alternative.
In questo momento il riutilizzo dell’ex caserma è motivo di conflitto tra le parti politiche, c’è chi propone di non vendere la caserma e almeno in parte riconvertirla, dato il back round culturale e storico, in un Museo del Confine volto a promuovere progetti e attività di educazione alla Pace che andrebbero integrate a sperimentazioni su energie alternative.

Ex Caserma Maria Plozner Mentil di Paluzza

La caserma interessa un’area di 4 ettari e ospitava circa 800 alpini (battaglione Mondovì).
Dimessa nel 1987, è stata utilizzata nel 1994 per accogliere circa quattrocento profughi (donne, bambini e anziani albanesi) della guerra dei balcani.
Il sito presenta come per la maggior parte delle altre zone militari, il problema delle coperture in amianto (eternit) anche se in misura molto limitata (meno del 30% delle coperture totali).
Per quel che riguarda le strutture, verranno tutte demolite visto lo stato “pericolante” degli edifici. Per l’edificio principale, si stima un costo di demolizione di circa 250.000 euro.
La proposta più concreta e più fattibile dal punto di vista economico riguarda la possibilità di riutilizzare la gran parte dell’area (poco meno della metà) per costruire una clinica per la cura dei disturbi alimentari. Il tutto verrebbe fatto grazie all’interessamento di una società privata che acquisterebbe l’area e ne curerebbe la gestione (è questa la soluzione che cercano tutti i comuni: vendere e lasciare in gestione a terzi).
È prevista anche la costruzione di una centrale a biomasse che soddisfi il fabbisogno energetico della clinica che verrebbe comunque progettata e realizzata in base ai principi delle “case passive” (architettura sostenibile per edifici a consumi limitati).
Il Comune di Paluzza segue la riconversione di altre aree militari. In zona Passo Monte Croce Carnico, si sta ancora definendo il passaggio dal demanio al comune di una piccola casermetta di distaccamento della Caserma Mentil che potrebbe essere riutilizzata come centro escursionistico della montagna.
Ci sono poi altri progetti di recupero di strutture risalenti la I e la II guerra mondiale (bunker, fortificazioni, ecc).

Ex Caserma Monte Pasubio di Cervignano

La caserma in funzione fino ai primi anni 90, è stata utilizzata per ospitare i profughi della guerra dell’ex Jugoslavia, dal 93’ la caserma è rimasta chiusa.
L’area (superficie stimabile attorno a 10000 metri quadrati) versa in stato di abbandono totale e le strutture sono fatiscenti tanto che il primo obiettivo del Comune è di procedere alla demolizione.
L’area presenta problemi legati alle coperture in eternith di alcuni capannoni. Le superfici non sono molto ampie ma sono visibili in diversi punti dell’area pezzi di amianto sparsi a terra. Il resto dei problemi legati alle opere di bonifica riguardano i lavori di demolizione e di conferimento dei rifiuti.
La caserma che deve ancora passare al comune ma si tratta semplicemente di atti formali, verrà riconvertita grazie ad un finanziamento privato in un’area adibita a parco urbano, a centro sportivo, centro benessere e piscina, area per una scuola media, alloggi, il tutto con l’obiettivo di diventare un quartiere modello costruito sui principi dell’architettura sostenibile.

Ex Caserma Bevilacqua di Spilimbergo

La caserma che si trova in centro a Spilimbergo, è stata in funzione fino agli anni 50’, ha un’area ridotta rispetto le altre stimabile in circa 2500 metri quadrati.

È un progetto di riconversione concreto e già concluso tanto che a meno che non si veda la targa “…un tempo caserma Bevilacqua…”, si passa da una parte all’altra della struttura senza accorgersi della differenza con il resto del tessuto urbano.
In questo momento, l’area è organizzata nel seguente modo: nella parte inferiore trova spazio un parcheggio sotterraneo di due piani (uno a pagamento e uno gratuito) gestito da un’azienda consorziata; la parte superiore è utilizzata come incubatore di imprese inserite nel contesto locale inserite nel progetto Sviluppo Italia. Un’altra parte dell’area è destinata a laboratorio per mosaico e spazi espositivi per il CRAF (Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia).

Ex distaccamento della Caserma Bevilacqua a Tauriano

La zona è stata riconvertita grazie ad un finanziamento privato in centro per feste, eventi culturali e spettacoli. L’area è gestita dall’Associazione che non poteva scegliere nome migliore se non “La garitta”.

Ex caserma Zucchi di Chiusaforte

La caserma Zucchi che si estende su un’area di circa 7 ettari, aperta nel 1963 ospitava circa 1000 alpini (battaglione Cividat) e venne chiusa nel novembre del ’95.
La chiusura causò un crollo per l’economia locale con la drastica riduzione fino alla definitiva chiusura della maggior parte dei quindici locali pubblici (tra bar e pizzerie) presenti a quel tempo.
Subito dopo la chiusura, la caserma è stata utilizzata per ospitare nella sala mensa gli sfollati dell’alluvione del 96 che ha interessato le zone di Chiusaforte e Dogna.
L’area presenta problemi legati all’amianto. Alcuni anni fa, una tromba d’aria ha causato danni alle coperture degli edifici e alle recinzioni, in particolare il problema più grosso è stato la devastazione di gran parte dei tetti spargendo frammenti di amianto che sono ancora visibili all’interno dell’area.
Altri problemi riguardano l’utilizzo di una parte della caserma per scarico rifiuti ingombranti (scarti ferrosi, pneumatici, plastiche, batterie di automobili, elettrodomestici…).
Nel 2001 la Caserma e il forte militare Colle Badin sono passate dal demanio al Comune e ci sono voluti cinque anni per far partire i lavori di riconversione che prevedono i seguenti interventi per costruire una sorta di cittadella comprendente una casa di riposo, una centrale a biomasse che alimenterà le scuole del territorio, un capannone per l’artigianato locale, un complesso di case ad edilizia sociale.

Nel paese di Chiusaforte ci sono delle palazzine che venivano utilizzate come alloggi (circa una trentina) per le famiglie di ufficiali e sottoufficiali.
Questi edifici non sono ancora stati passati al Comune che quindi può solo stare a guardare delle strutture che versano in uno stato di abbandono ormai da troppo tempo (alberetti che crescono sopra le grondaie, pavimenti che si alzano, termosifoni spaccati, porte cadute, muffa alle pareti, ecc)
Il sindaco ha più volto proposto di denunciare lo stato per incuria e di far partire un’ordinanza di demolizione comunale

Il Comune segue anche il progetto della casermetta di Sella Nevea. Questa dovrebbe rientrare nel progetto polo turistico Sella Nevea – Bovez che verrà coperto con un finanziamento regionale di 34 milioni di euro e dovrebbe così essere trasformata in centro escursionistico a carattere ricettivo.

Un altro progetto riguarda il Forte Colle Badin, risalente alla prima guerra mondiale (costruito 1900 – 1908), sarà riconvertito grazie ad un finanziamento regionale in un rifugio escursionistico che fungerà da centro didattico storico-militare.

Ex caserma Duodo di Udine

La caserma si trova nel centro di Udine, sarà riconvertità in strutture per la provincia costruite in base ai principi delle case passive (principi di architettura sostenibile).
In data 21 ottobre entreremo nell’area per la prima volta dopo 10 anni di chiusura.

Ex ospedale militare di Trieste

La struttura, fotografabile solo dall’esterno verrà a breve riconvertita in casa dello studente.

Ex caserma Sante Patussi di Tricesimo

La zona della caserma di circa 100000 metri quadrati è stata proposta per ospitare il futuro campus universitario di Udine.

Ex caserma Martelli di Pordenone

La zona verrà riconvertita in “cittadella della salute” gestita dall’azienda sanitaria locale.

EX caserma di Gradisca

La caserma è stata riconvertita in CPT (Centri di Permanenza Temporanea). Caso conosciuto che rappresenta quello in cui potrebbero trasformarsi molte altre caserme del nord est.

 

Le voci dell'inchiesta: conoscere e condividere

Persone, non "presenze"!

di Riccardo Costantini

Sono spesso voci dimenticate, relegate nell’oblio mediatico, troppo scomode per essere adeguatamente sentite prima che ascoltate, quelle che caratterizzano LE VOCI DELL’INCHIESTA, festival dedicato a un genere giornalistico tornato prepotentemente in voga negli ultimi anni. L’informazione si è fatta massificata, rapida e sempre meno – apparentemente - fallibile. Eppure – come era forse nell’ordine delle cose – alla diffusione su larga scala è corrisposto un decadimento progressivo della qualità degli approfondimenti, portando i vari mass media a divenire sempre più generici, maggiormente legati alla varietà e l’estetica del contenitore informativo piuttosto che alla qualità del contenuto. Da una parte i tempi sociali sempre più ridotti per fruire le notizie con l’adeguata attenzione, dall’altra la progressiva trasformazione del giornalista da news keeper (colui che riportava e necessariamente mediava le notizie) al gate keeper (il giornalista che seleziona le notizie, ma che non fornisce le relative categorie interpretative), hanno ridotto agli occhi del pubblico la credibilità delle professioni giornalistiche, facendole sembrare lontane dai crismi della comunicazione etica ed efficace. Questo anche perchè, mentre l’informazione si faceva sempre più capillare e trans-mediale, si istituiva un autentico “cartello” dei mezzi di comunicazione, che se formalmente lasciava inalterate la pluralità di voci esistenti, in realtà, in profondità le trasformava in poche “voci del padrone”. In questo non si vuole additare un colpevole fra gli altri, un demiurgo che maggiormente abbia tenuto le fila di questo processo evolutivo, ma semplicemente si vuol far notare come marketing, aggressive strategie di conquista del pubblico, attenzione esasperata alla battaglia commerciale delle vendite, degli ascolti, del pubblico, abbiano in modo (forzatamente) naturale portato il nostro paese ad avere un sistema informativo che si è dimenticato la propria tradizione, i grandi nomi e le esaltanti esperienze che ne hanno fatto la storia. Il risultato di questo processo di mercificazione dell’informazione è che esistono tuttora autori, siano essi uomini di cinema, letteratura, teatro o televisione, che riescono, con difficoltà, passione e spesso investimento di mezzi propri, a portare avanti la propria attività di giornalisti d’inchiesta, ma al cui lavoro non viene dato alcun tipo di spazio. Come regolarmente succede a un fenomeno culturale che diventa massificato, mentre la maggior parte dei contenuti che lo caratterizzano diventano standardizzati, nascono nuovi spazi dove vengono ripresi, rinegoziati, ri-articolati i “resti” culturali prodotti, luoghi dove quanto non è stato preso, o non si è voluto prendere, in considerazione – spesso la parte migliore - viene rivalutato e nobilitato. La proliferazione di blog, forum, siti internet, riviste, seminari e incontri pubblici dedicati all’analisi dei temi “caldi” hanno dimostrato che al di là della comunità che le logiche commerciali vorrebbero non dotata di spirito critico, se ne sta sviluppando una opposta che pretende di far proprio il motto già di Frank Lloyd Wright “La verità contro il mondo”. Volontà di approfondimento, desiderio di informazione dettagliata, corretta e non faziosa, il tutto riassumibile nella basilare passione per la Conoscenza, sono le forze che animano questa comunità sempre meno silenziosa. È proprio a questa tipologia di pubblico che si rivolge “Le voci dell’inchiesta”, una manifestazione che infatti non punta a traguardi di affluenza di pubblico, che non vuole catalogare con numeri e indicatori la propria attività, ma che desidera semplicemente condividere, offrire e ricercare, sperando che chi segue le sue iniziative non sia mai catalogato come una “presenza”, ma come una persona, pensante e criticamente attiva.


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