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Welles vs Pasolini

Welles vs Pasolini

 

Fotografie di Angelo Novi e Paul Ronald

   
  In mostra presso lo spazio Zeroimage dell’Aula Magna Centro Studi

Rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2006 l’interessante mostra che Cinemazero propone in occasione della retrospettiva completa de Lo sguardo dei maestri dedicata ad Orson Welles. E la mostra riguarda il breve film di Pier paolo Pasolini La ricotta (in programmazione giovedì 12 gennaio), episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G. (Rosselini, Godard, Pasolini, Gregoretti), si incontrano/scontrano due dei mostri sacri del cinema di tutti i tempi, Orson Welles e Pier Paolo Pasolini.

In un singolarissimo gioco di film nel film, di scambi di ruolo, Pasolini è il regista reale del film, mentre Welles incarna il regista pretenzioso e glaciale della finzione. Il divo statunitense, quando gli venne proposta la parte, ammise di ignorare chi fosse Pasolini e venne convinto solamente dal cachè vertiginoso previsto. Fra i due nacque un curioso rapporto, che le fotografie documentano in modo unico.

Il film subì anche un processoi per vilipendio alla religione nonostante Pasolini avesse fatto precedere il film da un cartello con scritto: "Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l'oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti".

Il regista casarsese spiego poi che: «L'intenzione fondamentale era di rappresentare, accanto alla religiosità dello Stracci, la volgarità ridanciana, ironica, cinica, incredula del mondo contemporaneo. Questo è detto nei versi miei, che vengono letti nell'azione del film [...]. Le musiche tendono a creare un'atmosfera di sacralità estetizzante, nei vari momenti in cui gli attori s’identificano con i loro personaggi. Momenti interrotti dalla volgarità del mondo circostante. [...] Col tono volgare, superficiale e sciocco, delle comparse e dei generici, non quando s’identificano con i personaggi, ma quando se ne staccano, essi vengono a rappresentare la fondamentale incredulità dell'uomo moderno, con il quale m’indigno. Penso ad una rappresentazione sacra del Trecento, all'atmosfera di sacralità ispirata a chi la rappresentava e a chi vi assisteva. E non posso non pensare con indignazione, con dolore, con nostalgia, agli aspetti così atrocemente diversi che una sì analoga rappresentazione ottiene accadendo nel mondo moderno».

Carlo di Carlo, aiuto alla regia, insieme a Sergio Citti, dell'episodio così ricorda quell’esperienza: «Riguardo La ricotta ricordo quel rapporto, per me abbastanza assurdo, fra Pier Paolo e Welles. Pasolini lo volle a tutti i costi - e giustamente - perché nessuno meglio del 'mito' Welles poteva esprimere e rappresentare il regista (cioè il regista del film nel film). Welles accettò la parte solo per un fatto economico (non sapeva neanche chi era Pasolini) chiese una cifra spropositata per un film così breve che fece rimanere in bilico la realizzazione de La ricotta per molto tempo. Ma poi le sue condizioni vennero accettate. Orson Welles non sapeva mai nulla quando arrivava sul set. S’informava poco prima di ogni ciak su cosa si doveva girare, mi chiedeva le battute tanto per sapere, occhio e croce, di cosa si trattava, poi esigeva 'il gobbo'. L'italiano lo masticava abbastanza e avrebbe potuto tranquillamente imparare le battute. La scena più vistosamente eclatante della sua partecipazione al film fu quando doveva recitare la poesia di Pier Paolo: 'Io sono una forza del passato / solo nella tradizione è il mio amore...'. Allora Welles sulla sedia da regista venne posto al centro di una collinetta con gli occhiali abbassati tanto che potesse leggere (senza che lo si notasse perché favorito dal controluce) l'enorme 'gobbo' che io gli tenevo a una distanza di quattro metri e sul quale avevo trascritto la poesia».
 
   
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