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La vibrazione insostituibile della pellicola

La vibrazione insostituibile della pellicola

 

L'avvento del digitale ci farà perdere alcune virtù del cinema?

   
 
Sta finendo un’era. Dopo 110 anni nelle sale cinematografiche si cambia. Non si distingueranno più, per trasparenza, sulla pellicola, le migliaia di figurine formate dall’argento e dai pigmenti colorati, ma tutto sarà digitale, compresso, virtuale. Progresso o regresso? L'intuizione più geniale dell'intera storia del cinema è stata, probabilmente, quella applicata dalla “Technicolor” con l'utilizzo dell'immagine d'argento come matrice da stampa. Perché ha esaltato la matericità della rivelazione del procedimento di sviluppo. All’interno dell’emulsione della pellicola vi è una percentuale di argento, sminuzzato al massimo, che si colloca in modo talmente casuale da vibrare costantemente ma invisibilmente perfino nello scorrere dei fotogrammi. Questo costante fluttuare dinamico della luce non è percepibile ma viene colto a livello subliminale, offrendo profondità alla proiezione, sia che si tratti del puro argento del bianco&nero che invece i vari strati di pigmenti ricostruiscano sullo schermo la verosimiglianza del colore. Il digitale, invece, nasce e si replica come dentro una texture, un insieme di punti (pixel) sempre più piccoli e quindi sempre più numerosi ma posti regolarmente. Anche questi punti rimangono di fatto apparentemente invisibili ma, per quanto ormai la luce sia rientrata a farla da padrona nelle proiezioni, sempre di simulazioni di immagini si tratta, di pura virtualità, dato che per compensare l'impossibilità a gestire l'enorme massa di dati variabili nelle frazioni di secondo, subentrano fattori di compressione che evocano certo, quella matericità, ma non potranno mai sostituirla. Il cinema digitale, alla fine, è un'altra cosa rispetto al cinema e basta. Forse rappresenta l'unica conquista dell'umanità che, dopo essersi costantemente evoluta nel tempo nell'ulteriore perfezionamento tecnologico va perdendo di qualità. Certo, ci si abitua a tutto e quindi non sarà un dramma, perché esiste gradualità nella velocità dello sviluppo. Ma toccherà ai musei del cinema insegnare alle generazioni appena dietro di noi il "come eravamo" delle immagini in movimento. Ma quello della proiezione è solo l’ultimo anello di una catena che sta trasformando il linguaggio più diretto tra quelli inventati nei secoli dall’uomo. Gli altri anelli - ripresa, montaggio, effetti speciali, rielaborazione e riproduzione del suono - hanno già negli ultimi anni subìto radicali trasformazioni che spesso hanno significato progresso. Forse, allora, vale proprio la pena, dalla soglia di questa trasformazione-rivoluzione ormai definitiva, capire da dove si è partiti, come è nato il linguaggio cinematografico e come la sua grammatica prima e la sua sintassi poi si sono evolute anche grazie allo sviluppo tecnologico. Senza apparecchiature leggere per la registrazione del suono, emulsioni sensibili, dispositivi illuminanti portatili e compatti, ad esempio, alla fine degli anni ’50 non sarebbe stato possibile costruire “correnti” di indagine e pensiero identificabili sotto le sigle di free cinema o nouvelle vague, largamente basate su riprese dal vero e non più ricostruite in teatro di posa. Quello che, nel contemporaneo, altri filmakers pensano di ottenere con ancora maggior incisività proprio grazie al complesso delle tecnologie digitali.

Carlo Montanaro
   
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