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Abel Ferrara, la passione di fare film

Abel Ferrara, la passione di fare film

 

Esce Mary ed è un capolavoro di cinema e spiritualità

   
 
«Al cuore di Mary, l'ultimo film di Abel Ferrara girato tra New York, Gerusalemme e Roma, c'è un uomo che prega e che piange». Così si apre la recensione di Emanuela Martini per l'ultimo film di uno degli ultimi registi maledetti, nel senso di bistrattati, inconciliabili, inafferrabili, impossibili da incasellare in una qualunque definizione di cinema se non la propria. Esce finalmente un’opera in incubazione da più di tre anni. Non perché mancassero le idee: la storia del film era già chiara fin dall'inizio; erano i soldi, piuttosto, il problema. Da sempre Abel Ferrara ha faticato a ottenere fiducia per realizzare i suoi progetti. Nel 2001 gira un film interamente digitale, Il nostro Natale, ma non ha successo, alcuni addirittura lo scambiano per un prodotto da tv via cavo; peccato, perché il film è denso di aspetti raffinati, a partire dal modo di inquadrare i grattacieli, le strade, il buio e le luci al neon di New York. L'America non ha mai mostrato un preciso attaccamento verso Ferrara: per quegli strani fenomeni che accadono talvolta, Mario Bava è acclamato negli Usa mentre in Italia si faticano a trovare i suoi film, allo stesso modo Abel Ferrara decide di volare in Italia, in cerca di finanziamenti. «Perché quello che mi interessa alla fine» ha detto nel seminario che ha tenuto tre anni fa alla Cineteca di Bologna, «è soltanto fare film, i miei film». Poco importa a Ferrara che i soldi arrivino da più privati anziché da una grossa major e quando al seminario ci presenta il suo piano - riunire vari imprenditori emiliani cedendo una percentuale di diritti del film - lo fa con estrema serenità. Siamo noi che, stando di fronte a uno dei più interessanti e profondi autori del cinema contemporaneo, proviamo un po' di disagio nel chiederci se la tal mortadella dovrà comparire ad un certo punto del film per motivi contrattuali. «Chi non ha denaro ha almeno il tempo» aggiunge Ferrara «e io quello ce l'ho e lo uso per fare il mio prossimo film. Che ne dite se la parte principale la faccio fare alla Bellucci?» «Noo, per carità» risponde più di qualcuno dalla platea «E perché? Se mi pagano metà film solo se c'è lei, perché non dovrei?» incalza lui, «Beh, almeno, Mr Ferrara non la faccia parlare». Mary è finalmente uscito e ci ha spiazzati tutti. Sono due i temi che tornano nei film di Ferrara: New York e la religione cattolica (come Scorsese). Solo che qui, a differenza dei film precedenti, è la seconda a stare in primo piano, lasciando la prima come sfondo. Al posto dell'altisonante Bellucci, che per fortuna ha preferito il bosco magico dei fratelli Grimm, c'è un'ispirata Juliette Binoche nelle vesti dell'attrice Marie Palesi, a sua volta in quelle della Maddalena. È lei a scatenare il desiderio di profondità negli altri due protagonisti del film, entrambi in crisi e specularmente lontani dalla verità. I tempi sono i nostri, sono l'Occidente del dopo 11 settembre e il Medio Oriente di sempre, mentre la domanda è una tra le prime che l'uomo si è posto, spesso con rabbia: qual è il senso del dolore? Ecco, Mary è, ancor prima di tentare una risposta, il porsi di nuovo questo quesito attraverso un'opera profonda, ottimistica, dallo stile impeccabile. Mary va visto. E rivisto.

Elisabetta Pieretto
   
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