|
| |
|
| |
 |
Invictus |
| |
di Clint Eastwood |
|
|
| |
|
| |
|
| |
Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern. Or.: USA 2009. Dur.: 134'
Nelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento
primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale.
Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei
bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano
rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende
demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una
squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che
si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli
Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore
nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare
proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per
giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire
nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo
capitano François Pienaar.
Negli Stati Uniti all'uscita del film c'è chi ha affermato che il nome
del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la
pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è
un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli
esiti dell'Amministrazione democratica con una fiducia guardinga.
Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da
tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono,
senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a
conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo)
con Million Dollar Baby, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino.
In Invictus
trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta
di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto
della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati
nel libro di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the
Game That Made a Nation". Eastwood ne trae un film assolutamente
classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene
ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa
riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per
Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto
facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a
proposito della famiglia) del rischio dell'agiografia. Che viene
sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come
il desiderio di superare il devastante clima dell'apartheid parta dal
cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela
non è spinto dal sentimentalismo. I versi di "Invictus" imparati in
prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere
l'obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una
strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si
tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi
dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non
dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di
mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall'intuito
e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno
già fissato l'esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre
(gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli' che
compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione
nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo'
sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando
magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente
risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni
film. Invictus appartiene ai secondi.
|
| |
|
| |
|
| |
|
| |
|
| |
|
| |
|
| |
|
|
| |
|
| |
|
| |
|
|