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Il mio migliore incubo!

Il mio migliore incubo!

 

Un film di Anne Fontaine

 
   
  Con Isabelle Huppert, Benoit Poelvoorde, Andree Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey. Or.: Francia, Belgio 2010, durata: 99', (tit. or.: Mon pire cauchemar)

Agathe dirige una prestigiosa fondazione per l’arte contemporanea, vive col marito editore e il figlio in un appartamento di 200 metri quadri nel centro di Parigi, è snob, sarcastica, spesso insopportabile. Patrick è il padre del miglior amico del figlio di Agathe, sbarca il lunario con lavoretti da muratore, è un alcolizzato e ha una vera e propria fissazione per il sesso e i seni voluminosi. Agathe e Patrick non potrebbero essere più lontani, ma dal momento del loro incontro le vite di entrambi cambiano radicalmente.


La «bella e la bestia» in una commedia E la Huppert diverte Versione scanzonata di La bella e la bestia ambientata nella Parigi «bourgeoise bohemienne» del sesto arrondissement, Il mio migliore incubo! costruisce il suo fascino e il suo divertimento sul contrasto non solo dei personaggi ma anche degli interpreti... A farli incontrare ci ha pensato, nella realtà, la regista Anne Fontaine, che ammette senza esitazione di aver costruito il film prima sul contrasto tra gli interpreti e poi su quello tra i personaggi... Costruito con un occhio al metronomo per non perdere ritmo, Il mio mi gliore incubo! trova la sua forza, cinematograficamente parlando, nell'aver costretto i due protagonisti (a cui si unisce ben presto anche il marito di Agathe, il François interpretato da André Dussolier) a giocare fino in fondo il proprio ruolo senza spingerli a fare i conti con l'altro... Sceneggiato dalla regista insieme a Nicolas Mercier, il film gioca con gli attori come con i personaggi, arrischiando battute e situazioni al limite. Se ci può stare che ruolo sociale e supponenza di classe facciano definire Agathe «una Crudelia travestita da Mary Poppins», non so quante attrici avrebbero accettato di essere definite «un culo di ghiaccio» (è Patrick che chiede, con una certa esuberanza sessual-lessicale, a François «come vanno le cose a letto con quel culo di ghiaccio»). E non so quante sarebbero state le attrici capaci di trasformarsi in una donna perfetta per quell'epiteto. La Huppert lo fa con una disinvoltura e una abilità che giustificano la decisione della Fontaine di volere solo lei per quel ruolo, messo naturalmente ancor più in evidente dalle intemperanze verbali (e non solo) di Poelvoorde. La cui comicità non è solo quella dello zotico finito in un ambiente raffinato ma anche quella del «Candide» che smonta le convenzioni altrui prendendo tutto alla lettera e che si rivolge al suo prossimo con egual franchezza. Naturalmente dopo i fuochi d'artificio iniziali, la commedia scava dietro le apparenze, liberando un'umanità che non poteva non esistere ma che finisce per moltiplicare il divertimento, visto che nessuno dei protagonisti sembra disposto a rinunciare al proprio modo di comportarsi: François ritrova la sua matura «maschia» abbandonando il tetto coniugale e corteggiando una naturista intransigente (Virginie Efira), Agathe deve fare i conti con la propria solitudine e Patrick cerca finalmente di guardare in faccia alla
propria compulsiva dissipazione. Mentre il film riesce a non scivolare
mai nel patetico o nel compiaciuto e sa coinvolgere nel suo cammino dissacrante anche altri personaggi, a cominciare dall'autentico artista giapponese Hiroshi Sugimoto, pronto a «vandalizzare» una sua fotografia per il colpo di scena finale. È un finale di quasi riconciliazione, che illumina retrospettivamente tutto il percorso del film, leggibile a questo punto come l'«inevitabile» incontro tra la commedia sofisticata rive gauche spesso frequentata dal cinema francese d'autore e il divertimento di grana più grossa che la sta sostituendo nel gusto del pubblico. E non solo di quello più popolare. Una specie di «resa ai patti», una sconfitta senza ignominia che sembra certificare anche sullo schermo il passaggio del testimone dagli attori intellò come la Huppert e Dussolier a quelli popolareschi come Poelvoorde. Un cambio di stagione e di prospettiva che però non significa mai una perdita di intelligenza e di ironia. (Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 28 marzo 2012)
   
 
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