Dov’è la libertà?

Le disavventure di Totò con la censura raccontate da Alberto Anile

L'anno prossimo saranno trascorsi quarant'anni dalla scomparsa di Totò ma l'interesse per il principe napoletano non accenna a diminuire, anzi si moltiplicano le occasioni di ricordo e di studio: rassegne di film perfino negli Usa, mostre di pittura, convegni universitari, pubblicazione di libri a ritmo continuo. Perché, a differenza di altri e anche famosi interpreti, ancora tanta attenzione per un attore? Forse perché, e qui azzardo un'ipotesi, Totò è molto di più di un attore, di una maschera. E' probabilmente un “autore”, certo non per il valore della scrittura cinematografica o per l'innovazione della messa in scena, ma per la sua sola presenza, per l'uso straordinario del suo corpo, che per lui, regista di se stesso, non è uno strumento per eseguire partiture altrui ma per crearne in maniera varia e originalissima. Nel suo Totò proibito. Storia puntigliosa e grottesca dei rapporti tra il principe De Curti e la censura, pp. 234, Lindau, Torino 2005, euro18,50, molto stimolante e ben documentato come gli altri suoi libri che l'hanno preceduto (Il cinema di Totò 1930-1946, I film di Totò 1947-1967, Totò e Peppino, fratelli d'Italia), Alberto Anile sostiene, a ragione, che “nella comicità di Totò c'è un io e un es, una forma umoristica scopertamente divertente e un contenuto che agisce in profondità, in una zona intima e segreta della personalità dello spettatore, di tutti gli spettatori. Dietro il lazzo, il qui proquo e la mascella slogata, la platea intercettava, e intercetta, più o meno chiaramente, la miscela devastante di cui Totò è impregnato, il fuoco sessuale da cui è agitato, la fame atavica che lo consuma, il macabro balletto meccanico del suo scheletro, la catena di disgrazie e di tragedie che si trascina dietro, l'abisso folle di una personalità che si perde e si ritrova nei meandri di mille personaggi diversi. (…) La fame di donne, le sgrammaticature sublimi in coppia con Peppino, il dislocamento delle proprie ossa a destra e a manca sembravano puro divertimento ed erano invece uno stralunato incitamento all'anarchia, meravigliosi attentati eversivi al buon senso comune e alle autorità costituite.”. La censura cinematografica,come quella teatrale per le sue riviste dove la miscela sovversiva di Totò raggiungeva il suo culmine e che purtroppo ci è documentata solo dalle testimonianze degli spettatori, non poteva non accorgersene e così dal 1949, da quando i suoi film cominciarono a diventare sempre più popolari e sicuramente proprio per questo, i film di Totò subirono l'attenzione continua dei censori (dagli ex-fascisti De Pirro e Scicluna Sorge ai sottosegretari democristiani Andreotti e Scalfaro) che intervenivano pesantemente sia in sede di sceneggiatura che di montaggio, stravolgendo scene, dialoghi, personaggi, mettendo così in crisi case di produzione e riducendo i possibili incassi. Utilizzando documenti inediti e confrontando le varie copie dei film, Anile racconta con garbo ed ironia un aspetto insolito dell'opera di Totò, dai casi sensazionali di Totò e Carolina, di Totò e i re di Roma, di Totò, Peppino e la dolce vita, più censurato dell'originale, fino agli sketch televisivi di TuttoTotò, tagliati dalla Rai bernabeiana e che il principe ebbe la fortuna di non amareggiarsi nel vederli, perché la notte fra il 14 e il 15 aprile 1967 il Supremo Censore recide il filo. Antonio De Curtis abbandona le sue spoglie mortali e si trasferisce nel mito. (Sabatino Landi)

www.cinemazero.it