Pupi Avati scrittore e regista

La scrittura altrove: incontro con il prolifico regista-autore bolognese

Pupi Avati incontrerà il pubblico in un'occasione speciale, in cui sarà chiamato non solo a parlare di cinema ma, soprattutto, dello scrivere per il cinema, pratica che lo ha coinvolto con passione, specie negli ultimi anni. L'ultima fatica, in ordine cronologico, è La seconda notte di nozze (ed.Mondadori, 2005), che sta ricevendo recensioni entusiastiche, sia dalla critica che dal pubblico. La scrittura altrove, questo il titolo dell'incontro pordenonese con Pupi Avati, è un appuntamento organizzato da Cinemazero e pordenonelegge.it e si inserisce all'interno delle diverse iniziative volte a indagare l'universo della scrittura per e di cinema legate al fortunato concorso nazionale di critica cinematografica Scrivere di cinema-Premio Alberto Farassino, quest'anno alla sua quarta edizione. Avati, uno degli autori più raffinati e compositi del cinema italiano, è un regista dalla carriera pregevole ma vissuta sempre con understatement, al riparo dalle celebrazioni della critica e delle folle. è però, anche, un cineasta prolifico oltre che uno sceneggiatore di primordine, sceneggiature scritte, quasi sempre, in coppia col fratello. Quasi trenta film portano la sua inconfondibile firma, fatta di coralità, leggerezza e presa diretta. Non mancano sperimentazioni personali e incursioni nel cinema di genere (gli esordi nell'horror e nel thriller, le dichiarazioni d'amore per il jazz come in Bix (1991) o in Quando arrivano le ragazze?, un'italianissima interpretazione del poker film con il celebre Regalo di Natale (1986), gli storico-religiosi Magnificat e I cavalieri che fecero l'impresa), ma Avati resta soprattutto un regista che parla di sentimenti, con un occhio privilegiato per l'amore. Non si pensi però che l'immaginario erotico del regista-autore bolognese si limiti alla descrizione compiaciuta del mondo degli sfigati, del quale per altro egli stesso si fregia di far parte. Avati ha fatto di questa fattispecie narrativa una vera e propria religione artistica, eleggendone a supremo sacerdote l'incomparabile volto di Carlo Delle Piane, al quale in verità non è mai stato destinato, l'appagamento dei propri sentimenti. Spesso il dramma dell'amore unilaterale accomuna Delle Piane a una serie di altri personaggi, segnando una sorta di universale condizione di afflizione attorno alla quale si radica l'evidente pessimismo di Pupi Avati. E non è un caso che il ruolo di principe degli sfigati contrassegni un attore divenuto celebre per la propria indubitabile bruttezza (in amore, si sa, l'aspetto fisico dell'uomo conta poco o niente), perché il cinema di Avati ha anche il pregio di essere nitidamente semplice e genuino e diviene pertanto inevitabile che l'amore in esso rappresentato rechi l'impronta un po' surreale dello sguardo infantile. Perché se c'è un aspetto nel cinema di Avati che non è mai venuto meno, nemmeno nei suoi film meno acclamati, e che è emerso come elemento di forza narrativa e visiva nelle opere che lo hanno reso una delle figure più interessanti del cinema italiano contemporaneo, è proprio la capacità di raccontare prima di tutto storie, storie che solo in un secondo momento diventano “d'autore”.

www.cinemazero.it