Rohmer, il fine artigiano

L’arte semplice e profonda di uno dei grandi registi francesi

Eric Rohmer è il più modesto, segreto, indipendente dei grandi cineasti francesi (con Resnais e Chabrol forma una sorta di trio d'assi, che non deludono mai). Lungi dall'andare in pensione, sta preparando il suo venticinquesimo film, un progetto più ambizioso che mai (ispirato ad un monumentale romanzo pastorale del Seicento). Diceva Truffaut: «Rohmer è veramente il grande classico francese, il mio preferito, “il” regista francese più coerente, quello che pensa di più e che realizza meglio quello che vuole: chiarezza, logica, semplicità di scrittura». Eric Rohmer ama definirsi molto modestamente “un artigiano, un eterno dilettante”. La modestia è la prima qualità dell'uomo Rohmer. Vive ritirato come un monaco, tra casa e ufficio. Non si sa nulla della sua vita privata. Evita con cura ogni mondanità, convinto che «il pubblico vuol vedere i film, non i registi»: rifiuta di farsi fotografare, evita tutti i festival, anche quelli che presentano (ed è raro!) qualche sua opera, e rilascia pochissime interviste. E riconosce molto cavallerescamente i suoi limiti: «il mio ambito di ricerca è limitato, ci sono cose per cui non sono dotato, cerco di inventare entro questi limiti». Estremamente rispettoso delle idee e delle opere degli altri, pur facendo parte del battagliero gruppo dei “Cahiers du Cinéma”, Eric non ha mai fatto polemiche, mai lanciato proclami o slogan, mai posato a maestro. Più che farne parte attiva, ha “attraversato” il movimento, prendendone il meglio - la libertà produttiva, la freschezza narrativa - evitandone tutti i tic. E quando nel 1962 lo fecero fuori dalla redazione dei “Cahiers”, Eric non se la prese più di tanto, consacrò il suo tempo libero a girare degli appassionanti programmi scolastici per la televisione. A forza di starsene lontano dai riflettori e dalle mode, ha finito paradossalmente per ritrovarsi sempre attuale. Forse proprio perché non ebbe fortuna all'inizio (arrivò al successo solo nel 1966, al quarto lungometraggio, La collectionneuse), la sua carriera non ha conosciuto gli alti e bassi di Godard e Rivette; oggi a ottantacinque anni si trova ad occupare idealmente nel cinema francese il posto che un tempo fu attribuito a Renoir “le patron”. Il tempo è galantuomo e trova sempre i finali migliori. La modestia non è la sola qualità umana dell'ex professore di lettere classiche: l'artigiano Rohmer è un uomo di una coerenza e di un'onestà a tutta prova. Profondamente - e liberamente - religioso, ma senza i giansenismi di un Bresson, Eric non si vergogna di affrontare apertamente la problematiche religiose: «la religione è una cosa importante per me, è naturale che mi ispiri nei miei film». Non fa mistero nemmeno delle sue convinzioni politiche : «Siccome non sono un rivoluzionario, né un partigiano di un mutamento violento della società, chiamatemi pure conservatore», dice ridendo. Originalità, modestia, sono caratteristiche che ritroviamo puntualmente nei suoi film. Rivoluzionando il sistema di produzione, realizza film a costi stracciati con un'équipe ridotta all'osso (un fonico, un operatore, un organizzatore generale). Rifiutando, per motivi di budget, i divi, si inventa i suoi interpreti, che riesce a trasformare in bravissimi attori. Quello del superartigiano Rohmer è un cinema che non somiglia a niente. Si è inventato un sistema economico-produttivo perfetto, che gli ha consentito di godere (caso forse unico nel cinema non solo francese) di un'assoluta libertà. E si è inventato un suo “genere” di “racconti morali”, classicamente strutturati, in cui l'indagine psicologica torna in primo piano. Un raffinato cinema di conversazione che non annoia assolutamente. Protagonisti dei racconti rohmeriani, i giovani (donne soprattutto) tra i venti e i quaranta. A chi gli domanda come fa a raccontare così bene i giovani, il regista alsaziano replica: «Non è necessario cercare di ritrovare la giovinezza, l'importante è non lasciarla. C'è un cinema che si fa seduti in poltrona, e un cinema in piedi: io pratico un cinema in piedi».

(di Aldo Tassone)

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