Capaci: per non dimenticare

La storia di Falcone e Borsellino nel documentario di Marco Turco e Alexander Stille

È il 23 maggio 1992, quando Capaci, un paese siciliano vicino a Palermo fino ad allora sconosciuto ai più, diventa d’improvviso tristemente noto: il tratto autostradale che lo costeggia è letteralmente sventrato da cinquecento chili di tritolo. Lo scenario che si presenta è apocalittico: un cratere di dimensioni mostruose, costellato qua e là da pezzi di cemento e asfalto, da lamiere contorte di auto distrutte. Su una di queste viaggia il giudice Giovanni Falcone, insieme alla moglie. Per lui, come per gli uomini della sua scorta la morte è inevitabile. Quel cratere, quel buco, quell’informe voragine è il simbolo tangibile del vuoto che questo omicidio ha causato, di quanto la mafia sia riuscita a ferire, a penetrare, il nostro sistema, lasciandolo orfano di uno dei giudici più combattivi e tenaci. In un altro paese, il doloroso e profondo documentario di Marco Turco, realizzato in collaborazione con lo scrittore americano Alexander Stille e tratto dal suo Excellent Cadavers - The Mafia and the Death of the First Italian Republic, inizia proprio con le immagini degli esiti di quella nefasta esplosione. Ci aggiriamo, sconvolti e inorriditi, seguendo con lo sguardo le immagini nervose, girate con la camera a spalla, da un operatore locale: le ambulanze, la polizia, le macerie, che, sempre metaforicamente, rappresentano anche le rovine della nostra democrazia e del nostro sistema giudiziario. Da qui il film prende le mosse, procedendo quasi a ritroso, ricostruendo, nella narrazione in prima persona dello stesso Stille, la storia del maxi-processo di Palermo, il primo vero atto giudiziario contro la mafia, e dei due magistrati che lo hanno reso possibile, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche questi assassinato, nel luglio dello stesso anno, nella nota strage di Via D’Amelio. Ma quella che viene raccontata nel documentario è anche la storia di un lento, inesorabile naufragio. “In un altro paese” - racconta Alexander Stille – “gli artefici della vittoria processuale di Palermo sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo il successo della loro prima battaglia, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nelle condizioni di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario”. In un altro paese, dunque, ma non nel nostro. I due coraggiosi giudici si trovarono davanti la pastoia di una burocrazia macchinosa, utilizzata con precisione chirurgica come deterrente per ostacolare il loro lavoro. Turco e Stille attraversano le peripezie di Falcone e Borsellino raccogliendo le voci di coloro che hanno vissuto e combattuto al fianco di Falcone e Borsellino. Sono voci che, in una molteplicità di punti di vista, testimoniano in prima persona opinioni decise e inedite su questo conflitto insoluto tra mafia e stato: si alternano così i magistrati direttamente coinvolti, i giudici istruttori del primo pool anti-mafia Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello; il pm al maxiprocesso, Giuseppe Ayala; i loro colleghi più giovani, Ignazio De Francisci e Antonio Ingroia; il magistrato Francesco Lo Voi, il giornalista Francesco La Licata... Ad accompagnare Stille nel suo percorso, cicerone locale d’eccezione, è la fotografa palermitana Letizia Battaglia, le cui famose e impressionanti immagini dei principali delitti di mafia giocano un ruolo chiave nel film, fungendo da autentiche pause di riflessione nello svolgersi del racconto, momenti in cui il potere dell’osservazione e la libertà di giudizio sono restituiti allo spettatore. Dopo i titoli di coda, si rimane con l’amaro in bocca e un sentimento di rabbia per quanto si poteva fare e non è stato fatto. A distanza di quattordici anni, le ferite di Capaci e di Via D’Amelio sono tutt’altro che sanate, e non consola la cattura di uno dei mandanti delle stragi, il super-boss Provenzano, avvenuta dopo una latitanza di 43 anni che gli ha fruttato il soprannome di “Fantasma di Corleone” (titolo di un recente film di Marco Amenta a lui dedicato). E se a qualcuno vengono in mente le inquietanti bombe che illuminano sinistramente l’uscita di scena del Caimano nel film omonimo di Moretti, bè, c’è proprio bisogno di ricordare, perchè la memoria è la base di un futuro lontano da questi oscuri presagi.

di Riccardo Costantini

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