IL CINEMA DI LUCHINO VISCONTI

fotografie di Mario Tursi

85 foto incorniciate con cornici nere in alluminio (cm. 50 x 40), le foto in b/n e le foto a colori (cm. 30 x 40) hanno il pass-partout bianco. Luchino Visconti è stato un simbolo. Intorno al suo lavoro è cresciuto un alone di leggenda. E’ stato un maestro e un pioniere, una figura carismatica. Ha rinnovato in profondità il cinema italiano non meno di quanto abbia fatto in teatro. Ha occupato da protagonista la scena dello spettacolo. E’ stato per trent’anni un punto di riferimento, una presenza viva e stimolante. Sempre al centro del dibattito, talvolta aspro e polemico, nel suo nome si sono combattute alcune tra le più appassionanti battaglie critiche della storia del cinema italiano. Solitario e inimitabile, amato e discusso, si è cercato invano di fissarlo ad una «forma». Aristocratico e comunista, realista e decadente: in lui le formule si compongono e si negano a vicenda. Con Ossessione, film mitico e maledetto, apre la porta al neorealismo. Ad esso seguono altri capolavori indimenticabili e sempre presenti nella memoria collettiva: La terra trema, Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il gattopardo, Morte a Venezia, Ludwig, per non ricordare che le tappe salienti di uno dei più grandi registi italiani. Mito di perenne attualità, i film di Visconti continuano ad essere proiettati in tutto il mondo suscitando rinnovati consensi. La conoscenza della sua opera e la rilettura dei suoi film, così densi e fecondi, non finiscono mai di rivelarsi allo sguardo in aspetti inediti. Mario Tursi ha seguito Luchino Visconti nell’arco pluridecennale della sua carriera con quella sincerità che è propria solamente dei grandi fotografi di scena. Rcconta Mario Tursi: «Eravamo sul set de La caduta degli dei . Si doveva girare la scena dell’incesto tra la Thulin e Berger, una scena scabrosa da molti punti di vista. Dal momento che gli attori erano entrambi nudi sul letto, la Thulin aveva chiesto espressamente che non venissero fatte foto di scena. Visconti mi disse: “Non vuole, quindi non farle”. Io provai ad obiettare qualcosa ma lui secco rispose: “Non si fa e basta”. Si girava nel teatro 5 di Cinecittà, all’interno del quale era stata montata la camera da letto. Tutto intorno era buio. Io, in silenzio, mi muovevo per il teatro alla ricerca di un buon punto di visuale e mi dicevo: “Bisogna farle queste fotografie, la scena è troppo importante”. Mi piazzai in un angolo buio, caricai un 300, misi la macchina sul cavalletto e, non visto, scattai. Qualche giorno dopo, presentai come d’abitudine a Visconti, le foto scattate in quei giorni, escluse, naturalmente, quelle vietate. Visconti mi fa: “E quelle dell’incesto non le hai fatte?”. “Non è stato possibile!” rispondo. Visconti resta incredulo. Vista la sua delusione confessai che mi ero permesso ugualmente di farle. “Dai, tirale fuori” mi disse sorridendo.» Mario Tursi nasce a Roma il 9 agosto 1929 da una famiglia di fotografi. Fin da giovanissimo comincia ad usare la macchina fotografica. Inizia l’attività di fotoreporter per l’agenzia Vedo, diretta da Adolfo P. Pastorel. Lavora anche per l’Associated Press eseguendo reportage da tutto il mondo. Nel 1956 rileva l’agenzia Vedo e ne diviene direttore. Nel 1962, con Mare Matto diretto da Castellani, avviene il suo esordio come fotografo di scena. Chiusa l’agenzia Vedo nel 1965 passa definitivamente alla fotografia per il cinema, iniziando, tra l’altro, una collaborazione con Visconti che lo vuole sul set di tutti i suoi film. Da allora ha lavorato con quasi tutti i maggiori registi italiani da Pasolini a Petri, da Rosi a Lattuada a Scola. Molti i suoi impegni anche con registi più giovani come Giuseppe Bertolucci, Massimo Troisi e Roberto Benigni. Spesso la sua opera è stata richiesta anche all’estero con Il nome della rosa di Annaud, Pirati di Polanski, L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese (per il quale ha vinto nel 1989 a Cannes il gran premio della fotografia cinematografica), Il postino di Radford e L’ussaro sul tetto di Rappenau.

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