Verità e finzione: il genio di Orson Welles

Lo sguardo dei maestri - VIII edizione: Citizens Welles -di Riccardo Costantini

It's all welles! Il titolo originale del film wellesiano era It's all true, ma è proprio il caso di dirlo: è tutto Welles. Una retrospettiva completa, filologicamente curata, che come di consueto per “Lo sguardo dei maestri” si basa su dei criteri di eccellenza: copie di qualità provenienti da varie cineteche, in versione originale sottotitolate per l'occasione. Aspetti non secondari se si ha che fare con un mostro sacro della cinematografia mondiale, il colosso americano Orson Welles, regista che ha giocato tutta la sua vita, artistica e non, fra verità e finzione. Fin dagli inizi della sua carriera, quando a 25 anni entra nel mondo hollywoodiano, un'aura di genialità lo circonda: Welles è già famoso, sia per la sua attività teatrale sia per quella radiofonica. Via etere semina il panico negli States con la sua drammatizzazione de “La guerra dei mondi”, con la quale annuncia l'invasione dei marziani, sbarcati in New Jersey e pronti a colonizzare il paese: mezza nazione americana va in tilt e fa quindi conoscenza con questo signore dalla voce bassa e cavernosa, genio della finzione mediatica. È il 1941 quando Welles realizza il suo primo lungometraggio: Citizens Kane, in italiano Quarto Potere, suo capolavoro e opera monumentale della storia del cinema. Welles è genio scomodo, troppo “autore” ed eccessivamente creativo per gli standard hollywoodiani: fin dagli esordi la sua carriera sarà un continuo combattimento con i produttori per poter realizzare in modo indipendente le sue opere. Il suo secondo film, L'orgoglio degli Amberson (1942), viene infatti rimontato dalla casa di produzione, snaturando l'opera originale e inaugurando una lunga serie di rielaborazioni non autorizzate dall'autore. Welles sa peraltro che per realizzare i suoi film dovrà interagire con le Majors americane: Lo straniero (1946), La signora di Shanghai (1948), L'infernale Quinlan (1958), sono tutti frutto di originalissimi rapporti con le case di produzione. A testimonianza del suo legame col teatro, traspone Shakespeare per lo schermo: è famosissima la sua trilogia: Macbeth (1948), Othello (1948-1952), e Falstaff (1966). Nel suo essere artista versatile e cangiante non poteva mancare un rapporto particolare con la letteratura: Il processo (1962) nasce da Kafka, l'inedito Don Quixote da Cervantes, mentre Una storia immortale (1968) si ispira a un racconto di Karen Blixen. Orson Welles è stato geniale anche sul versante della tecnica cinematografica, essendo capace di trasformare l'uso particolare di alcuni obiettivi, lo sfruttamento delle possibilità della profondità di campo e l'utilizzo pirotecnico del piano sequenza, in uno stile tutto suo, alle volte barocco, alle volte squisitamente essenziale, sempre curato fin nel minimo dettaglio. Come se non bastasse, è stato anche un grande attore, capace perfino, con la sua sola presenza in campo, di trasformare pellicole dirette da altri in film “suoi”. Una vita intera spesa a fare un po' di tutto nello spettacolo pur di avere i fondi per i propri film: la quantità di incompleti lasciati sono testimonianza di questo rapporto difficile fra genio e arte cinematografica, fatta anche di leggi economiche e di rapporti complessi fra produttori e registi.

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